Dott. EDOARDO GUERRIERI: Lo spettro descrittivo dei disturbi alimentari è in continua evoluzione e di pari passo con i messaggi culturali di bellezza, salute e benessere vengono delineate sfumature sempre più complesse che portano alla luce nuove forme di patologie legate al comportamento alimentare; l’Ortoressia nervosa, benché non sia ancora stata inclusa dal punto di vista nosografico nei manuali diagnostici, sembrerebbe far parte di questi nuovi disagi. Steven Bratman, medico statunitense, in un suo articolo pubblicato nell’Ottobre del 1997 sulla rivista Yoga Journal introdusse per primo questo disturbo in seguito ad una accurata autodiagnosi. Nel 2001 lo stesso Bratman nel suo libro “Health Food Junkies: Orthorexia Nervosa: Overcoming the Obsession With Healthful Eating” descrisse l’eziologia del disturbo, i suoi sintomi ed i criteri per diagnosticarlo.
L’Ortoressia ( dal greco orthòs orexis: corretto appetito) si origina da una esagerata attenzione per la qualità del cibo; nell’individuo si sviluppa l’idea “fissa” di nutrirsi in modo salutare fino a degenerare in un vero e proprio disturbo del comportamento alimentare in comorbilità con un possibile disordine ossessivo-compulsivo della personalità. Infatti, il timore eccessivo di contaminarsi ed i conseguenti comportamenti compulsivi di evitamento degli alimenti includono nella descrizione di questa patologia meccanismi appartenenti ai disturbi ossessivi. Colui che soffre di Ortoressia controlla e seleziona gli alimenti che assume in maniera sproporzionata per migliorare il suo stato di salute, questa pratica lo porta ad escludere un elevato numero di cibi per il timore che non siano puri con conseguenze devastanti per il proprio organismo che possono condurre alla morte; le conseguenti gravi carenze alimentari, la riduzione di vitamine e sali minerali sono fattori predisponenti e precipitanti nell’insorgenza di malattie secondarie come l’avitaminosi, l’arterosclerosi e l’osteoporosi. Tra i criteri necessari per diagnosticare l’Ortoressia nervosa vi sono la necessità di conoscere ogni singolo ingrediente contenuto negli alimenti (si evitano i cibi che possono contenere coloranti artificiali, residui di pesticidi, ingredienti geneticamente modificati, alimenti che contengono troppo sale o zucchero), la necessità di programmare ogni pasto, la paura di contaminare il proprio corpo, il disgusto nel riempire il proprio corpo con sostanze non naturali, il desiderio continuo di depurarsi, la severità con se stessi ed il senso di colpa, il senso di superiorità ed il disgusto nei confronti delle persone che mangiano in modo normale, le difficoltà di relazione e l’isolamento sociale.
I fattori che predispongono un individuo ai disturbi alimentari sono complessi e multidimensionali, in letteratura si evidenzia un ampio accordo tra gli studiosi nel riconoscere l’importanza delle componenti sociali e culturali. L’eccessiva attenzione per l’estetica e la preoccupazione costante di essere fisicamente attraenti conducono ad una maggiore insoddisfazione per il proprio aspetto; nella nostra società l’apparenza predomina nell’immaginario collettivo e l’alimentazione, legata alla percezione del corpo, diviene uno degli elementi in base al quale potersi caratterizzare (Bara, 2005). Vi sono moltissime similarità tra i vari disturbi dell’alimentazione: la persona che soffre di problematiche alimentari spende la gran parte delle giornate a pensare al cibo attribuendo ad esso la parte più importante della propria vita, mettendo in atto rituali più o meno ossessivi che imprigionano la persona in un vortice nevrotico disadattivo e ripetitivo. La ricerca spasmodica di cibi sani, l’attuazione di diete prive di un supporto medico-nutrizionale, i sovrallenamenti, le condotte compensatorie come l’uso di diuretici, lassativi o l’autoinduzione del vomito, l’evitamento delle situazioni di confronto sociale sono soltanto alcuni aspetti manifesti di un nucleo patologico comune che fonda le sue radici nel rapporto tra immagine corporea ed identità personale. Il passaggio da una psicopatologia descrittiva ad una di tipo esplicativo obbliga sia il paziente che il terapeuta a modificare la propria prospettiva ed a riconsiderare il disturbo che deve essere visto non più come una malattia estranea che aggredisce l’organismo, ma come un modello personale di funzionamento che attraverso i suoi sintomi permette al paziente di mantenere la continuità del proprio sé e di stabilizzare la propria identità. In un’ottica costruttivista i pazienti che rientrano nell’ambito diagnostico dei Disturbi del Comportamento Alimentare vengono inquadrati in un unico continuum in quanto condividono sia alcuni specifici meccanismi psicologici, sia le modalità di percepire la propria esperienza e di attribuirvi significati particolari; vi possono essere individui che nel corso della loro vita mutano la loro sintomatologia passando attraverso le varie forme di DCA. Così come per le varie forme di DCA, anche per l’Ortoressia nervosa è opportuno un intervento multidisciplinare che curi attraverso le varie figure professionali (Endocrinologo, Psicologo, Nutrizionista) tutti quei diversi fattori di natura bio-psico-sociale che mantengono attivi i sintomi di tale patologia.
Bibliografia
1. Reda MA: Sistemi cognitivi complessi e psicoterapia. Carocci, 1986
2. Bartrina JA: Orthorexia or when a healthy diet becomes an obsession. Arch Latinoam Nutr., 2007
3. Bratman S, Knight D: Health Food Junkies: Orthorexia Nervosa: Overcoming the Obsession With Healthful Eating, New York, NY, Broadway Books, 2001
4. Bara B: Nuovo Manuale di Psicoterapia Cognitiva. Bollati Boringhieri, 2005
5. Cartwright MM: Eating disorder emergencies: understanding the medical complexities of the hospitalized eating disordered patient. Crit Care Nurs Clin North Am, 2004
6. Donini LM et al: Orthorexia nervosa: a preliminary study with a proposal for diagnosis and an attempt to measure the dimension of the phenomenon. Eating and Weight Disorders, 2004
7. Eriksson L et al: Social phyisique anxiety and sociocultural attitudes toward appearance impact on orthorexia test in fitness partecipants. Scand J Med Sci Sports, 2008



